domenica 29 ottobre 2017

San Martino

Senti Martino, non gliela dare quest'anno la mezza cappa al viandante, che magari piove, tanto se si prende una bronchitella (che con il global warming è davvero impossibile) adesso ci sono gli antibiotici. Santo lo sei già, rilassati.




Saint Martin and the Beggar by Anthony van Dyck in the Church of Saint Martin

giovedì 19 ottobre 2017

Orti, siccità, humus e altri ragionamenti

Avevo un orto, uno di quegli orti cittadini a pochi metri da casa per gentile concessione dell'amministrazione della mia città. Quando me lo assegnarono, tre anni dopo la richiesta, ero felice come una bambina, anche se in quei tre anni erano successe molte cose e il mio stato di salute non era ottimale. Mi ero convinta che avrei avuto una autosufficienza alimentare per buona parte dell'anno, convinzione che si rivelò presto piuttosto ingenua.

Non voglio dilungarmi sul perché non potevo sperare nell'aiuto da parte dei miei famigliari, ma mi resi conto presto che da sola non potevo farcela. La vanga e la zappa insieme superavano quasi il mio peso, la terra (da riporto, mi dissero) argillosa, era dura e arida come calcare millenario. 

La mia giovane amica Claudia, che di mestiere fa la fotografa, mia vicina di casa, è trentina, da qualche anno a Bologna, quando gliene parlai, si dimostrò interessatissima  e decidemmo con l'entusiasmo che ogni nuovo progetto mette in atto, una collaborazione e una divisione dei compiti che avrebbe coinvolto anche il suo compagno. Claudia, ama e conosce la montagna, la terra, le erbe e ogni cosa legata alla natura.
Il primo dissodamento rivelò quello che già avevo potuto constatare, quella terra ci avrebbe fatto sudare.

Più cercavo di  convincermi  della fortuna che avevo ad avere un orto, più mi deprimevo ogni volta che dovevo metterci le mani, la schiena, e il mio tempo per curarlo.

Anni prima, avevo curato un lavoro sulla biodiversità del suolo con uno studio e un impegno da dottorato di ricerca. Tutta teoria, all'atto pratico, i fertilizzanti bio, la cornunghia, lo sterco di cavallo che andavo a prendere direttamente in un maneggio, non risolvevano e non alleviavano la fatica di avere due zucchine, tre pomodori, qualche fragola e tante tante erbacce.
Uscivo dall'orto sfinita e piena di ponfi dopo una innaffiatura, maledicevo le mie teorie sull'auto-produzione e tutte le letture e gli studi sulla biodiversità del suolo che mi avevano appassionata a tal punto da farmi cambiare o eliminare molta chimica che usavo abitualmente, (il tipo di detersivo per esempio)  e i miei sistemi di approvvigionamento. 

Sempre in quel periodo, Claudia, aveva appena cominciato a coltivare, humus di lombrico, in un appezzamento vicino alla città, la cui base di coltura sono le foglie secche autunnali e i rifiuti organici solo vegetali, in particolare fondi di caffè di cui pare i lombrichi siano ghiottissimi. Nel giro di un paio di anni, ecco che insacchetta e vende il suo prodotto, richiestissimo, pare, negli stati uniti, dopo che anni di monocolture intensive, ogm, fertilizzanti chimici e una visione meccanicistica hanno reso la terra sterile e sempre più bisognosa di acqua.

Di fatto, una terra priva di sostanza non è permeabile e richiede una enorme quantità d'acqua.

Adesso l'orto non ce l'ho più, ma da un paio di anni acquisto i sacchetti di Claudia per il giardinaggio, e da un paio di anni ho avuto modo di sperimentare quanto l'humus di lombrico sia un fertilizzante petrol-free in grado di ricostituire nel suolo tutta quella vita che  serve a produrre cibo, per di più riducendo la necessità d'acqua in maniera drastica.

Ecco, di questa estate appena trascorsa, torrida e resa ancora più torrida dall'indifferenza e la negazione della politica riguardo ai cambiamenti climatici,  mi verrebbe da dire, anche se non sono né biologa, né entomologa, né agricoltrice, che il lombrico è alla base della nostra esistenza, Darwin  se ne occupò moltissimo dei lombrichi e alla facoltà di chimica di Bologna, c'è un suo libro sull' argomento, con disegni bellissimi sul loro instancabile lavoro di scavatori di gallerie, lavoro che rende il terreno permeabile e friabile.

Questa mattina in un social che frequento ho trovato questa riflessione:  "Eppure la storia che bio è necessariamente meglio non mi convince più... da un pezzo" la cosa mi ha fatto un po' arrabbiare per come è stata posta e un po' divertire per la provenienza: un amico non nuovo a queste uscite, che "militava" nel movimento per la decrescita e quindi ora si trova a rinnegare completamente teorie che fino a poco tempo prima riteneva percorribili.
Ecco, io credo che affrontare argomenti come questo sui social sia deleterio, Anch'io vengo dall'esperienza del movimento per la decrescita, ora non "milito" più per molti motivi, però quell'esperienza mi ha avvicinata ad argomenti talmente interessanti e a letture così approfondite, che li ringrazio di cuore.

Ho studiato, tanto, ma talmente tanto, fino a farmi idee sufficientemente corrette. E siccome sono argomenti che permeano la nostra vita, mi permettono di scegliere nel quotidiano con cognizione di causa. 
Sull'abuso di parole come bio, naturale, organico, ecc. c'è una grande grande confusione.
Credo che le cose dovrebbero essere rovesciate. Sugli alimenti confezionati dovrebbe esserci semmai scritto: Non-bio, considerando che l'agricoltura come attività umana è databile intorno ai quindicimila anni e che l'agricoltura di sintesi è comparsa dopo la seconda guerra mondiale.

Di seguito qualche punto da cui si può partire per una discussione seria:

A) Possibile che esistano truffatori, come in ogni campo, soprattutto da quando l'unione europea ha disposto finanziamenti per l'adozione di pratiche agricole eco-compatibili.

B) Ammesso quindi che arrivi nel piatto un pomodoro biologico, questo sarà certamente più sano di un pomodoro trattato con pesticidi o cresciuto in un campo spruzzato con glifosate

C) Il prezzo alto degli alimenti biologici è inversamente proporzionale  alla facilità di produzione intensiva

D) La fame nel mondo è il risultato di un sistema di distribuzione alimentare che non permette alle piccole comunità l'auto produzione

C) L'economia mondiale è nelle mani di sei o sette multinazionali dell'alimentazione, le quali producono dipendenza alimentare sequestrando e utilizzando la terra per l'agricoltura intensiva

E poi ce ne sarebbe da dire...
















giovedì 21 settembre 2017

Cose senza senso

Oggi mi è venuto in mente il libro di Ravelli "l'ordine del tempo" perché certe volte ho proprio la sensazione che il tempo scorra velocissimo e Ravelli dice che il tempo in pianura scorre più lentamente, pare per una questione di gravità. Meno male ho pensato, ma se vado ad abitare a Courmayeur e mi si accorcia tutto il tempo, allora il tempo in sala d'attesa di stamattina dal dentista sarebbe più corto? Quella signora che sferruzzando un grande poncho diceva tutto quello che si può dire sugli "extracomunitari" compreso  "però hanno tutti i cellulari" "violentano e rubano" mettendoci in mezzo anche le ragazze pugliesi che sono state massacrate dai nostri connazionali. Quando la sua interlocutrice è stata chiamata dall'assistente di poltrona, siamo rimaste io e lei e subito mi sono indaffarata a mettere gli auricolari, ho aperto il libro al punto del segnalibro e me ne stavo con gli occhi bassi, lei continuava a parlare, e io niente. Io riuscivo solo a pensare: oddio come faccio adesso? Allora ho aperto un fazzolettino, l'ho appoggiato sulla guancia e ho fatto la faccia dolente. Poi fortunatamente è venuto il suo turno.

Dopo pranzo, presa da un attacco da casalinga psico-devastata, ho lucidato la cucina come se dovesse arrivare il papa in visita, che poi un po' è vero, visto che il primo di ottobre dice la santa messa allo stadio e io ci abito molto vicino. Comunque ho acceso la radio e ho ascoltato un piccolo dibattito sugli adolescenti che non vogliono crescere, e ho riconosciuto la voce di Maria Grazia Contini, pedagogista,  docente universitaria a Bologna, che ho conosciuto e che dice sempre delle cose così interessanti e logiche che ti lascia a bocca aperta. E ci sono certe volte che sono così fiera di appartenere al mondo femminile che quasi mi viene da piangere tanto son contenta.

Comunque è stata una giornata intensa nella sua imprescindibile quotidianità, rapidissima anche se abito in pianura, forse perché dal dentista (che andare da lui mi dà un senso di sicurezza che apro la bocca senza dire né a né b) dopo, quando sono andata da Manuela che è la segretaria adorabile del dentista adorabile, a saldare il mio conto, pensavo di avere molto di più da pagare, invece era la metà di quello che ricordavo. Ecco, forse da quel momento sono stata più contenta, credo che se anche abiti in pianura ma sei contento il tempo passa più veloce.

E Stamattina ho sentito alla radio che oggi è la giornata mondiale dell'Alzheimer, che oltre un milione di persone in Italia soffrono di questa malattia, e una di queste è mia sorella, accudita, curata con dolcezza da tante donne, qui, a Bologna, nelle strutture pubbliche.
E quando mia sorella parla di cose che non capisco, in maniera sconnessa, e dice parole che non sono nel vocabolario, mi fa un po' paura perché lei aspetta delle risposte e io non so cosa rispondere, allora le dico di guardare il cielo o la farfalla che vola sul balcone e penso a certe persone come la signora in sala d'attesa che sferruzza un poncho e dice cose senza senso. La prossima volta che mi capita le dico di guardare il cielo o la farfalla che vola sul balcone.   

lunedì 24 aprile 2017

L’avenir

Certe volte si avverte un senso di vuoto, non è facile sostenerlo in una situazione come questa, nella modernità è interessante solo il pieno. Non è facile neanche confessarlo, confessarlo infatti implica una certa idea di inadeguatezza, di sconfitta, di solitudine, tutti sentimenti oggi, privi di fascinazione.
È per questo che ieri sera, nel film di  Mia Hansen-Love mi sono ritrovata. Resta da comprendere come una regista di trentacinque anni, sia in grado di comprenderlo quell'avvenire. Personalmente, di quell'età, neo sposa e neo mamma, ricordo quella idea di onnipotenza non dissimile da quella che vedo in certe odierne odiose trentenni. Di fatto la cesura che si presenta intorno ai quarantanni è, per l'umanità e nel mondo occidentale, la stessa. Davanti si presentano adolescenze difficili, madri da accudire, ricoverare, assistere, eredità da sistemare, case da svuotare, mariti in andropausa, mondi da abbandonare.  La relazione con la gioventù sempre più eterea, definisce mondi distanti per quanto si provi ad avvicinarli.
La libertà, come svela la protagonista, prende le sembianze della solitudine.
Sembra che la regista suggerisca per la borghese insegnante di filosofia, quella meravigliosa frase di Pintor: "invecchiare e morire è difficile, anche per il più stoico dei filosofi". 
La scena finale, di una nonna, Isabelle Huppert, che canta la ninna nanna al nipotino è di fatto la meravigliosa intuizione della regista, l'avvenire non è il nostro, ma di ciò che amiamo e di cui ci prendiamo cura. Quello che portiamo in braccio.

mercoledì 29 marzo 2017

Mio padre

Mio padre è nato nel 1913 da una numerosissima famiglia del sud, il nonno aveva l'osteria del paese, la nonna il forno del paese.
Mio padre sposò mia mamma nel 1936, noi eravamo una numerosissima famiglia del sud che nel 1958 è migrata verso il nord.
Mio padre era un uomo bellissimo, con una passione per Mussolini, lo riteneva un uomo di polso che sosteneva le famiglie numerose e ne incentivava le nascite.  Mio padre, prima,     lavorava l'argilla al tornio, per questo aveva le gambe asimmetriche, una sottile e una un po' più grossa. Dal suo tornio uscivano grandi vasi con la pancia, che poi decorava con maniglie, fasci di rose,  poi passavano al forno e alla verniciatura.
Mio padre bestemmiava, a volte con mannaggia a volte con porco.
Mio padre giocava e scommetteva, ma non sempre, solo quando prendeva la paga.
Mio padre, quando era di buon umore era irresistibile e fischiettava.
Mio padre quando arrivava a casa lo si spiava per capire come si sarebbe svolta la serata.
Mio padre, la domenica pomeriggio, stava quasi sempre a casa, la casa si riempiva di fumo e di telecronache, quando non stava in casa e usciva con noi, portava con sé un transistor di colore giallino.
Mio padre mi accarezzava le guance e mi diceva che ero vellutata come una pesca.
Per mio padre, la nostra casa era aperta a tutti, abitavamo in centro a Bologna, noi frequentavamo persone di qualsiasi ceto, mio padre li accoglieva e trattava tutti allo stesso modo, il disgraziato suo collega messo peggio di lui o la regina d'Inghilterra.
Quando è partito per il nord per trovare casa e lavoro, siamo stati qualche mese senza di lui, non ricordo che mi sia mancato, il primo ricordo che ho di mio padre, ma forse è il primo ricordo in assoluto, è stato quando con il treno siamo arrivati a Bologna e lui ci aspettava alla stazione.
Io avevo tre anni e portavo una salopette pantaloni rosa scuro, me lo ricordo bene perché mi piaceva portare i pantaloncini corti come i miei fratelli. Sono scesa dal treno e guardavo la stazione di Bologna a bocca aperta . Stavamo lì, ad aspettare mio padre mentre mia mamma ci stringeva le mani così forte che mi veniva da piangere, vedevo solo pantaloni grigi e gambe inguainate in calze velate che camminavano svelte.
Poi mia mamma stringendo ancora di più le mani, gridò : eccolo! Io lo cercavo tra quelle gambe grigie tutte uguali, forse era maggio, era una giornata serena e limpida, improvvisamente due di quelle gambe grigie me le sono trovate vicinissime, allora ho alzato la testa, ho visto la faccia felice e sorridente di mio padre chinarsi verso di me. L'ho guardato negli occhi e poi ho spostato lo sguardo sul cielo, quel giorno, il celeste dei suoi occhi e il cielo si sono fusi in un unico colore, tutto, tutto era celeste 

 



domenica 1 gennaio 2017

Buon anno

Quello che mi piace molto dei giorni intorno al Natale, è quando alla Vigilia, di pomeriggio, si crea silenzio nelle strade, per coglierlo, basta andare appena fuori dalla zona caotica del commercio, infilarsi nelle stradine ancora abitate e ascoltare quel silenzio che ci vuole tutti in casa nella preparazione della cena e del pranzo di Natale. Mi piace perché è lì che si crea la relazione tra le persone, che è come quella relazione che c'è tra le dita della mano, che sarebbero semplicemente "dita" se non fosse che una serve all'altra per afferrare, torcere, accarezzare, mescolare e ogni cosa che facciamo con quelle cinque dita. Mentre prepariamo, assaggiamo, scoliamo, riempiamo, affettiamo, apparecchiamo in assenza dei nostri ospiti, è a loro che pensiamo, la cura che ci mettiamo è come lo spazio tra il pollice e l'indice, uno spazio apparentemente inutile, dove però si rafforza la relazione.

E l'anno nuovo, il silenzio della mattina del primo gennaio mi commuove, gli auguri anche agli sconosciuti per strada come succede in montagna durante le camminate.
E niente...
Nel 2016 ho avuto ogni giorno cibo in tavola
Nel 2016 non ho dovuto salire su di un barcone per raggiungere un paese migliore
Nel 2016 ho fatto una PET ed era negativa
Nel 2016 la mia amica del cuore ha sofferto ma ne sta uscendo
Nel 2016 Marcello si è innamorato
Nel 2016 non sono stata colpita direttamente da terremoti
Nel 2016 nessuna bomba ha colpito la mia casa
Nel 2016 Nessun TIR ha falciato me o miei cari
Nel 2016 ho fatto docce calde meravigliose
Nel 2016 è arrivato un angelo dall'est che si occupa di mia sorella malata di Alzheimer
Nel 2016 ho letto libri meravigliosi
Nel 2016 ho fatto una vacanza nel posto che amo

Non ti saluto così volentieri, e nemmeno mi aspetto di più nel 2017












lunedì 23 maggio 2016

La pazza gioia


 " Dal cervello, e dal cervello solo, sorgono i piaceri, le gioie, le risate e le facezie così come il dolore, il dispiacere, la sofferenza e le lacrime. Il cervello è anche la dimora della follia e del delirio, delle paure e dei terrori che ci assalgono di notte o di giorno"

Ippocrate



La follia possiede una saggezza che il raziocinio non ha. Due anime lontane per estrazione sociale, esperienze e cultura si incontrano e solidarizzano non per affinità, ma per disperazione. Nella vita tra i "normali" non accade, può accadere che vite poste agli estremi della scala sociale si sfiorino, ma ognuna di queste anime rimane nel proprio mondo, come quando una moneta passa dal ricco al povero, la fine della relazione termina con il suono metallico della moneta dentro un barattolo.  Il disturbo psichico e la detenzione, viceversa, trascendono la classe sociale, creano legami inaspettati. Una comunità terapeutica ospita Beatrice, logorroica, viziata, snob, futile, borghese e legata a doppio filo all'unica cosa che conosce, la vita agiata che aveva prima di entrare in comunità. La sua pazzia sta nel non accettare la sua condizione di detenuta e a riproporre la se stessa di prima in maniera compulsiva.  Donatella vive un mondo ai margini, abbandonata a se stessa dai genitori, cubista in un locale della Versilia, depressa e madre di un bambino affidato ai servizi sociali e poi dato in adozione a causa dei numerosi tentativi di suicidio della madre.
Insieme, loro, sono il disturbo al completo, depressione ed eccitazione, mutismo e logorrea, sono gli alti e i bassi, il volo irrazionale delle falene, la pazza gioia e la sindrome depressiva 

La Archibugi coo-sceneggiatrice con Virzì aveva già lavorato sul tema dei disturbi mentali con il suo bellissimo film "il grande cocomero" e dimostra più che mai una straordinaria sensibilità e la capacità di mettere a confronto la malattia mentale con la vita di tutti. La fuga delle due donne per darsi alla pazza gioia, come invita a fare Beatrice, mostra un "fuori" non tanto migliore, lì si avvicendano i personaggi che hanno causato dolore e abbandono alle due donne, in una follia meno apparente ma molto più malefica.

Parlando di cinema non possiamo che essere grati agli autori di questo film per l'omaggio a  Thelma e Louise ed alle attrici protagoniste di "la pazza gioia" per la stupefacente interpretazione

Poi succede il miracolo, alcuni personaggi (la dottoressa, lo psichiatra, i genitori adottivi un tassista), compiono gesti inaspettati, piccoli gesti capaci di accogliere, consolare, difendere, piccoli gesti impercettibili che sono l'equivalente di quella che credo sia l'unica cosa che conti e senza la quale non possiamo considerarci superiori a nessuno e a nulla: la pietas.